Alla vigilia di Lazio-Parma, gara valida per l’ottava giornata di Serie A Enilive, il tecnico biancoceleste Gennaro Gattuso è intervenuto in conferenza stampa per presentare la partita e rispondere alle domande dei giornalisti presenti.
Di seguito, le sue dichiarazioni:
Come si rimane umili? Che segnali ha visto in settimana dalla squadra?
«Segnali buoni. Abbiamo fatto un pochino meno rispetto alla scorsa settimana, perché c’è stato un giorno in meno di lavoro, però la squadra è viva. Abbiamo avuto piccoli problemi con Kenneth (Taylor, ndr), che ha saltato un allenamento e mezzo, ma ieri si è allenato con la squadra. L’atteggiamento è giusto. Ho rivisto la partita contro la Juventus: dobbiamo riuscire a giocare con la stessa intensità, voglia e veemenza, perché, se abbassiamo questi aspetti, domani diventa molto dura. Il segreto nostro ora è questo. Se domani pensiamo di gestire la partita o di andare a una marcia in meno, prendiamo una legnata nei denti che ci ricorderemo per tantissimo tempo».
I tre impegni ravvicinati condizioneranno le scelte per domani?
«Priorità a domani. Dopodiché, sicuramente dovremo fare delle scelte, però pensiamo solo a preparare bene la partita di domani. Poi, da domenica, ci metteremo al lavoro per capire cosa fare successivamente».
Contro la Juventus la Lazio ha brillato atleticamente: può diventare questo lo standard?
«Quando leggo i dati, non vado alla ricerca del volume. A me interessano l’intensità e i picchi massimi. È quello il dato che mi interessa e che ricerchiamo in settimana. È quello che fa la differenza. Più che il volume dei chilometri, conta come li fai. Faccio un esempio: Frattesi domenica ha toccato pochissimi palloni, ma ne ha toccati cinque nell’area piccola. Andava a pizzicare gli avversari. Dopo si possono sbagliare gli appoggi, ma l’importante è andare forte, con criterio, e non avere amnesie come ci è successo in determinate partite. Questa è la mentalità che voglio».
Al pari dell’Inter, siete la squadra che ha mandato in gol più giocatori: dieci. È un aspetto casuale o ricercato?
«Come vi ho detto più volte, i moduli contano poco. Vanno occupate le zone, si deve occupare l’area avversaria. Quante volte avete visto i centrali nell’area avversaria? Non è una questione di moduli, ma di occupazione degli spazi. Ci muoviamo senza rimanere nei ruoli specifici: questo aiuta a portare in gol tanti giocatori diversi».
Vede una squadra allertata, che fiuta il pericolo? Dia, prima di Juventus-Rennes, ha parlato del suo lavoro dopo il Mantova…
«È semplice. Noi abbiamo una strada, che è quella della mentalità, della voglia, di arrivare primi sul pallone, di andare forte. L’errore lo contempliamo, fa parte del gioco. Poi di partite ne ho fatte tante: sappiamo tutti come possano andare. L’errore più grande è sottovalutare. Oggi non si può più sottovalutare nessuno: le partite non finiscono mai. Contro il Torino, sotto di due gol, il Parma ha avuto tantissime occasioni. Anche se abbiamo fatto solo sette partite, abbiamo fatto tante esperienze. In diversi casi ci è andata bene, qualcuno ci ha voluto bene lassù. Con il Monza e con il Milan abbiamo rischiato. Non c’è un interruttore da accendere all’ultimo momento: va acceso già oggi, anzi, andava acceso già da ieri. Noi – io, lo staff, i giocatori e il club – dobbiamo pensare a noi stessi. Quello che dicono gli altri, nel bene o nel male, non ci interessa. Dobbiamo essere bravi a preparare le situazioni».
Dopo la vittoria contro la Juventus si è tolto l’elmetto per un paio di giorni? Si sta divertendo ad allenare questa squadra? Si sta godendo il momento?
«Ho un difetto, ovvero gioisco poco per le cose, ma anche da giocatore ero così, perché dopo penso sempre a quello che deve venire. Sono contento e anche orgoglioso. Vedere come stanno i miei ragazzi nello spogliatoio dopo la partita o durante la settimana mi rende orgoglioso, perché stanno bene insieme. Per me è un orgoglio allenare questa squadra. Dopo la Juventus, Zac (Zaccagni, ndr) mi ha buttato nel mischione: ho apprezzato, sono andato sotto la curva a ringraziare. Tuttavia, i meriti più grandi sono dei ragazzi, perché dal primo giorno hanno sempre dimostrato grande attaccamento e grande voglia. La cosa che mi piace è vederli stare bene insieme. Credo che il segreto della nostra squadra sia questo: i ragazzi stanno bene insieme. Poi c’è gente che gioca poco, qualcuno a volte ha la faccia triste, ma fa parte del gioco. Si allenano tutti con grande intensità e per me questa è una grandissima soddisfazione».
Quali sono le due o tre cose su cui non transige?
«Il rispetto, la puntualità e gli orari sono fondamentali, sennò diventa un circo. Lì si va duro. Un calciatore deve pensare a una sola cosa la mattina. Il cancello di casa che non si apre può essere una scusa una volta. All’Olgiata, quando piove, qualche cancello si blocca: magari, a quel punto, scavalchi e cominci a correre forte. Mi è successo due settimane fa… (ride, ndr). Bisogna allenarsi forte e ci vuole rispetto. Preferisco che un giocatore mi dica che la sera prima è andato a dormire tardi, che ha fatto serata o che ha bevuto un bicchiere in più. L’importante è essere onesti, ma non accetto che mi rovinino un allenamento. Ne bastano due che non si allenano bene per far calare l’intensità. Poi la porta del mio ufficio è sempre aperta. So ascoltare e non porto rancore: se ho un battibecco con qualcuno, dopo un’ora mi è già passato. Oggi i calciatori vivono con il telefono in mano. Quando si mettono sul lettino, stanno al telefono e guardano le loro cose. Prima, una cosa del genere era impensabile per qualcuno che andava a farsi curare, anche perché ci si deve concentrare e magari aiutare anche il fisioterapista. Ma loro ragionano così, sono fatti così, non posso arrabbiarmi. A volte facciamo dei test per valutare la stanchezza. Sappiamo se abbiamo sforato o siamo andati oltre con il lavoro. Ascoltare i ragazzi su determinate cose a volte va bene, però dopo non voglio sentire lamentele. Quando chiedo fortemente una cosa, si deve fare quella. Non si fanno le “mezze cose”. Su tante cose non si può barattare. Su altre sì, ma sul lavoro in cui credo tanto no. Lì non si baratta».
Vede nei giocatori un senso di rivalsa dopo le passate stagioni?
«Sicuramente. Se un giocatore non ha davvero questa voglia, deve smettere. Se un atleta non ha queste motivazioni, non può fare sport ad altissimi livelli. Chi non ce l’ha, attacchi gli scarpini al chiodo. È fondamentale e io questo lo vedo. Settimanalmente si costruisce tutto questo. C’è solo una strada, quella dell’amor proprio e del lavoro».
Come sta Taylor? Ha risolto i suoi problemi?
«Ieri si è allenato. Oggi vediamo in che condizioni è e domani valutiamo».
Cataldi?
«È solo una mia scelta. Cataldi sta bene già da dieci-dodici giorni. Quando arriverà il momento, giocherà. Ci sta dando una grandissima mano nello spogliatoio e negli allenamenti. Sicuramente arriverà anche il suo momento».
Contro la Juventus, nel finale, abbiamo visto quattro terzini contemporaneamente in campo. Può diventare una soluzione in certe situazioni?
«Me la sono sentita così. Mancavano pochi minuti e volevo portare a casa il risultato, coprendomi un po’ di più».
Si può tirare fuori qualcosa di più da Isaksen?
«Isaksen è un giocatore forte, ha una marcia in più, ha la sesta marcia, ma deve stare bene. L’altro giorno è stata fatta un po’ di confusione. Quando parlavo dell’allenamento invisibile, mi riferivo al recupero. A volte, uno o due giorni di riposo sono più importanti degli allenamenti. Isaksen deve essere bravo in quello. Questo lo dico per esperienza. Io non riposavo mai. Poi mi sono aggiornato, ho studiato un po’ e ho capito che il recupero molte volte è più importante del lavoro. E Gus deve essere bravo in questo. Non deve andare sempre in “over”».
Lo staff medico ha parlato di tabelle per gli infortunati: torneranno la prossima settimana?
«Non mi piace che un giorno un calciatore mi guardi storto perché abbiamo spinto e ha avuto una ricaduta. Dipende dalle lesioni che uno ha. Qui parliamo di cose importanti. Conosciamo bene il tipo di allenamenti che stiamo facendo da quando siamo arrivati. I calciatori devono essere pronti. È inutile far entrare un giocatore in campo e poi, dopo due giorni, piangerci addosso. Uno deve essere pronto e, per esserlo, servono accelerazioni, decelerazioni, cambi di direzione, eccetera. Quando uno è pronto per fare determinate cose, rientra in gruppo. Per questo Marušić e Rovella non sono ancora rientrati. Stanno lavorando a parte e oggi sono andati forte. È normale che ci vogliano più allenamenti: hanno avuto infortuni importanti. Se c’è una ricaduta, ci facciamo del male da soli. Albert (Guðmundsson, ndr) spero che tra una decina di giorni riesca a correre da solo senza dolori. Speriamo di riaverlo a disposizione prima di Napoli, ma è una mia idea. Rovella e Marušić, se non succede nulla, penso che fra quattro o cinque giorni faranno del lavoro parziale con noi e saranno nuovamente a disposizione».