Maestri oleari da generazioni, laziali da sempre. La famiglia Narducci custodisce nel cuore due grandi passioni: quella per i colori biancocelesti e quella per l’oro verde della propria terra. Amori diversi, ma una comune radice: l’appartenenza.
Punto di riferimento e fulcro centrale per la produzione e l’eccellenza olearia della loro zona, il frantoio Narducci si trova a Moricone, nel cuore della Sabina romana, dove le dolci colline disegnano un paesaggio rinascimentale e gli uliveti tracciano la linea dell’orizzonte, trasmettendo profumi, tradizioni e sapori di un territorio unico.
E’ in questa cornice che, nel 1959, Mario Narducci ha dato vita a una storia di famiglia diventata negli anni una garanzia. Un’avventura che attraversa le generazioni senza perdere il proprio filo conduttore: il rispetto per la terra, la ricerca della qualità e la passione per un mestiere che richiede sacrifici e dedizione.
Oggi, tra tradizione e innovazione, il Frantoio Narducci è portato avanti dalla quarta generazione della famiglia. In prima linea c’è Alessandro che, in esclusiva ai nostri microfoni, ha svelato i segreti di un olio che profuma di Sabina e di Lazio. Insieme a lui il “Coach“, nonché zio, Isidoro, Laura, Alessandro e tutto lo staff. Perché, proprio come la tradizione olearia, anche l’amore per i colori biancocelesti si tramanda di generazione in generazione. Di padre in figlio.
L’intervista offre anche l’occasione di celebrare un importante riconoscimento. Il Frantoio Narducci, nella giornata di martedì 3 novembre, ha infatti vinto il Premio Roma e Lazio Eccelle 2026 con il suo Olio Monovarietale Salviana.

Il premio, nato con l’obiettivo di celebrare le realtà che preservano e valorizzano i prodotti del territorio, è stato consegnato alla famiglia durante una cerimonia ufficiale tenutasi in Campidoglio nella prestigiosa Sala della Protomoteca.
Frantoio Narducci, i segreti dell’oro verde della Sabina

Alessandro, prima di addentrarci nel mondo dell’olio e scoprire i segreti del vostro frantoio, partiamo da una passione comune: quella per la Lazio. Come nasce il tuo amore per la prima squadra della Capitale?
La mia famiglia è laziale da sempre, tanto che il nostro primo frantoio aveva le maioliche bianche e azzurre. Come tutti i ragazzi della mia generazione nati negli anni ’80, mi sono goduto l’era Cragnotti ed ero innamorato perso di giocatori come Nesta ed Almeyda. Mi sono tatuato il numero 13 sulla pelle, la Lazio è sempre nel mio cuore. La nostra storia è fatta di alti e bassi, ma noi laziali non molliamo mai.
Qual è il tuo primo ricordo legato alla Lazio?
I ricordi biancocelesti sono tanti, ma ce ne è uno in particolare che mi piace riportare alla memoria, e coinvolge anche Guido e la famiglia di Lazialità. La prima volta che l’ho conosciuto era a una cena e c’era anche Luca Marchegiani. Ero un bambino e rimasi incantato dalla stazza di questi due omoni. In una foto fatta insieme quasi scomparivo. Da quel momento ho iniziato a legarmi anche alla rivista, a casa abbiamo l’intera collezione, libri compresi. Oggi questa passione la sto passando a mia figlia. La sera, quando ci sediamo sul divano, lei si avvicina e mi chiede: “Papà, guardiamo un po’ di Lazio insieme?” E così prendo dalla libreria un volume e passiamo il tempo a sfogliare Lazialità.
E quindi, caro Alessandro, stai già trasmettendo la tua lazialità?
Mia figlia ha 5 anni e già ha la sua maglietta della Lazio. Difende a scuola i colori biancocelesti dagli attacchi dei suoi amichetti romanisti. Fino a qualche anno fa, ad essere onesti, in classe il numero di laziali e romanisti si equivaleva, ma negli ultimi tempi si sta riallargando la forbice. Io continuo a fare il mio, adoro i bambini e cerco di farli appassionare organizzando anche iniziative al frantoio. Solo lo scorso anno sono passati oltre 5000 bambini delle scuole di Roma e delle nostre province, vedono il frantoio in azione e regaliamo a tutti una bottiglietta.
Hai accennato al frantoio, e allora entriamo a gamba tesa sull’argomento: l’amore per la Lazio è antecedente anche alla sua costruzione?
Direi proprio di sì. Il precursore fu il mio bisnonno nel 1959. In Sabina l’olivicoltura rappresenta una grossa risorsa economica e le olive sono sempre state la più grande ricchezza. Noi siamo a Moricone, in mezzo ai campi di ulivi: solo nel nostro paese fino a 40-50 anni fa c’erano 23 frantoi, oggi ci siamo solo noi. Una tradizione che si è mantenuta ed è cresciuta nel tempo. Oggi rientriamo nella Top 5 dei frantoi più importanti del Lazio, con un pacchetto di oltre 3500 clienti. Tanti investimenti, fatica e sacrificio che stanno piano piano venendo ripagati.
Tra i tratti distintivi del vostro olio c’è quindi il legame con il territorio. Quanto c’è della Sabina nel vostro olio e cosa lo rende così riconoscibile?
Sono stato presidente del Consorzio Sabina DOP e posso dire che nel nostro olio c’è tanto del territorio sabino anche perché cerchiamo di rispettare in ogni dettaglio il disciplinare che regolamenta il Sabina DOP. L’attenzione a livello chimico e organolettico sulle lavorazioni è massima e alza il livello della qualità dell’olio. Abbiamo oltre tremila piante. Dalla raccolta delle olive, entro un margine di sei ore, i frutti vengono lavorati immediatamente con sistemi e tecnologie all’avanguardia. Accanto al lavoro manuale vi sono infatti in azienda dei macchinari modernissimi che riescono ad aiutarci al meglio nella creazione di questo meraviglioso succo di frutta. Dopo un’ora nei macchinari esce fuori l’extravergine, il tutto con tempi e temperature controllate. Poi si passa al filtraggio, stoccaggio e imbottigliamento prima della consegna del prodotto al cliente. Serviamo ristoranti e privati, nonché chef stellati che prendono il nostro olio. Dalla raccolta alla consegna l’olio non esce mai dalle nostre mani.
E l’olio 2026 come sta uscendo? Abbiamo avuto un clima particolare, dall’inverno piovoso al grande caldo estivo.
Sta venendo un prodotto eccezionale. E’ strepitoso. La pianta si è rifornita in inverno e la siccità ha permesso di allontanare tutti gli eventuali attacchi parassitari. Questo ha fatto sì che oggi possiamo godere di frutti meravigliosi con un olio che sta uscendo perfetto. Non ricordo stagioni come questa, sia a livello produttivo che qualitativo. E’ la più bella che abbia mai vissuto da tecnico in oltre venti anni di esperienza.
Come si riesce a trasmettere al consumatore la qualità elevata del vostro olio?
Dal punto di vista tecnico potrei dilungarmi per ore, ma per rendere l’idea posso dire che per riconoscere un buon olio è sufficiente una sana bruschetta. Se metti su un pezzetto di pane bruscato un olio da supermercato e poi il nostro senti subito la differenza e te ne innamori all’istante. Il colore salta all’occhio, grazie ai suoi riflessi verde smeraldo, poi arriva una botta di profumi tra sentori di carciofi, basilico e pomodori. Infine il pizzicore dell’olio in gola appena franto: sensazioni uniche che abbracciano il palato.
A proposito di gusto, c’è qualche abbinamento speciale per far risaltare la qualità del vostro olio?
Il nostro extravergine lo consigliamo su una bella zuppa di fagioli e verza, sulla carne rossa e sui piatti tipici della Sabina. Uno chef stellato nostro cliente si è innamorato dell’olio quando cucina i rigatoni con la pagliata.
La Lazio vince una partita, si deve festeggiare. Con che piatto esaltiamo il momento?
Ci facciamo un cocktail. Ultimamente stiamo facendo nuovi abbinamenti come lo spritz con goccioline di olio, gin con l’olio. Il freschetto autunnale poi lo accompagnerebbe alla perfezione.
Marco Barbaliscia

