ESCLUSIVA – De Cosmi, ex tecnico giovanili Lazio: “Vi racconto il primo Davide Frattesi”

Il gol appena entrato, poi il bacio sulla maglia e l’urlo di gioia rivolto al gremito settore ospiti del Dall’Ara: un attimo che diventa eterno, quasi a voler ribadire un sentimento che, nonostante il tempo, non si è mai spezzato. È la chiusura ideale di un cerchio per Davide Frattesi, centrocampista romano di fede laziale, cresciuto nel settore giovanile biancoceleste, in cui ha militato dalla scuola calcio fino all’Under 15, e tornato a Formello sedici anni dopo. Il suo gol, che ha consentito alla Lazio di superare per 1-0 il Bologna nella prima giornata di campionato, ha offerto al mondo intero immagini di pura e autentica lazialità, in grado di emozionare tutti i tifosi biancocelesti e, soprattutto, chi ha avuto modo di conoscerlo quando era soltanto un ragazzo. Tra questi, il mister Roberto De Cosmi, allenatore delle giovanili della Lazio dal 2006 al 2015, che si è gentilmente concesso ai nostri microfoni per un’intervista. Dall’analisi delle prime due uscite stagionali contro Mantova e Bologna fino alle prospettive future della nuova Lazio targata Gattuso, passando per un ampio racconto del primo Davide Frattesi, quel giovane leader con l’aquila sul petto che aveva un unico chiodo fisso: emergere e diventare grande.

Di seguito le sue parole.

Buongiorno mister. Partirei dalle prime due uscite ufficiali della Lazio, quella contro il Mantova in Coppa Italia e quella contro il Bologna in campionato. Come ha visto i biancocelesti in queste due circostanze? È rimasto stupito in negativo dalla prima gara e, forse, in positivo dalla seconda?

«È chiaro che l’immagine che abbiamo avuto tutti dalla gara interna con il Mantova ci ha fatto vedere, al di là di chi l’ha interpretata, ovvero dei singoli, una realtà non convincente, proprio a livello di collettivo e di atteggiamento. Questo credo che il mister l’abbia ampiamente evidenziato, al di là delle nette colpe che si è assunto o di chi aveva a disposizione o non aveva a disposizione. È emersa una squadra che, al di là anche di qualche occasione avuta, soprattutto all’inizio, non ha avuto quell’atteggiamento che “io”, da allenatore, sto cercando di trasmettere alla squadra. E quindi l’eliminazione, anche se deludente, soprattutto al cospetto di una squadra di Serie B, ha lasciato il segno in negativo. Come ha detto il nostro Ringhio, è inutile andarla a commentare, perché oggettivamente siamo stati veramente brutti. Contro il Bologna, invece, c’è stata una squadra che, a partire anche e soprattutto dall’atteggiamento — e torno proprio su questi termini —, è stata più sicura di sé, più volitiva, anche più alta, che è riuscita a mettere in pratica l’idea di cercare di attaccare le squadre in maniera alta. L’ha fatto molto bene Dia, l’ha fatto molto bene Taylor e questo l’ha confermato anche il mister nel post-partita, in conferenza. Quindi, quando c’è un’idea collettiva, spesso al suo interno si possono trovare anche delle soluzioni individuali, come è successo poi a gara in corso. Gattuso chiaramente è soddisfatto soprattutto per come questa squadra e questo gruppo si applicano, e credo sia questa la risposta positiva vista l’altro ieri a Bologna. Chiaramente, la cornice del pubblico è stata quella che piace a noi addetti ai lavori, quella che piace a voi addetti ai lavori a livello di comunicazione, quella che piace ai tifosi stessi, ma soprattutto quella che piace anche ai calciatori: non a caso, al termine della gara, c’è stato quell’abbraccio finale. Però credo che si debba partire dall’atteggiamento e capire bene quello che è un po’ lo sviluppo della gara, perché all’interno della gara spesso ci sono più partite. Bisogna essere bravi a saper interpretare la gara e soprattutto anche a capire poi chi possa magari dare una svolta, come è successo con l’ingresso di Frattesi al Dall’Ara, a gara in corso».

Come si spiegano queste due facce diametralmente opposte della squadra di Gattuso? Al di là dell’aspetto tecnico-tattico, la componente ambientale — stadio semi-vuoto in casa contro il Mantova e settore ospiti gremito al Dall’Ara — può effettivamente aver giocato un ruolo determinante?

«Io ho giocato a calcio tanti anni — non a quei livelli, ma comunque ho giocato tantissimi anni — e chiaramente la componente ambientale sposta gli equilibri: senti un po’ quella spinta in più, ti arriva quell’eco nella testa e nel corpo, e vieni spinto, supportato anche nei momenti difficili. Contro il Bologna qualche momento difficile c’è stato: sul finale di gara abbiamo stretto i denti e Mandas sicuramente ci ha risolto qualche problema. Poi c’è stato il salvataggio di Frattesi sulla linea e quell’ultima palla, alla fine, negli ultimi secondi, che per un’inezia non è entrata. Quindi l’aspetto ambientale è determinante, ma questo vale proprio in generale per l’essere umano: l’uomo, quando si trova in un ambiente dove è sicuramente più supportato e aiutato, mentalmente si sente più sicuro di sé, più forte. Loro sono dei professionisti. Abbiamo sentito ampiamente, da più di qualche interprete, che è una situazione in cui cercheranno di giocare. Però sicuramente, se c’è questa spinta del pubblico, è assolutamente un valore aggiunto».

Data la sua lunga esperienza nel settore giovanile biancoceleste, non posso non chiederle di Davide Frattesi…

«Io ho lavorato 11 anni in maniera consecutiva nel settore giovanile della Lazio, di cui 9 nell’ambito maschile e 2 alla guida della prima squadra femminile, proprio alla nascita della S.S. Lazio Women. All’interno della mia famiglia ho mio figlio, che è un classe ’99, che ha fatto quel percorso lì, dalla scuola calcio al settore giovanile, quindi ho vissuto con loro, da spettatore — perché chiaramente allenavo altre categorie nella Lazio —, l’evoluzione di questo ragazzo (Frattesi, NdR) e anche la sua serietà. Avete sentito in che modo ha risposto nel post-partita contro il Bologna? Con quale schiettezza, con quale semplicità nel dire le cose, ma soprattutto nel farle? A un certo punto ha ringraziato l’“uomo” Gattuso perché gli ha dato stimoli quando magari non giocava molto con il proprio club, un club di altissimo livello come l’Inter. E in questo momento, secondo me, è qualcosa di importante: nel calcio di oggi si va dritti, ognuno per il proprio obiettivo, e spesso si schiaccia qualcuno, ma lui l’altro ieri, nel post-partita, ha detto questo. Facendo un po’ un passo indietro, ho visto tante sue partite, ma soprattutto ho condiviso per un anno il campo con il suo gruppo. In quel periodo eravamo al Campo Maurizio Melli, a via Cina, al Torrino. Davide era il capitano dell’Under 15, alla cui guida tecnica c’era Daniele Franceschini, che ricopre da tanti anni un ruolo importante nell’Italia e attualmente è l’allenatore dell’Under 18. Io allenavo l’Under 16 della Lazio e, in quell’anno, dividevamo il campo in quelle quattro sedute di allenamento, quindi avevo modo di vederli. Abbiamo fatto tantissimi confronti in famiglia tra Under 15 e Under 16, quindi me li sono un po’ goduti questi ragazzi. Poi qualcuno, ogni tanto, avendo io i ’98, lo convocavo con l’Under 16 e quindi quella situazione l’ho vissuta da vicino. Vedevo un ragazzo che aveva, come tutti i ragazzi, tutti gli adolescenti, una voglia di crescere, di misurarsi, di rendersi più forte. È stato il nostro ultimo anno, perché dopo aver militato nell’Under 15 della Lazio è passato alla Roma e ha fatto il suo percorso, che tutti conosciamo. Io oggi me lo andrei di nuovo a coccolare: quel bacio sulla maglia, sulla nostra aquila, quello sbracciare dal basso verso l’alto nel richiamare i tifosi e renderli sempre più coinvolti… Tutto quello che è successo contro il Bologna mi ha fatto tornare indietro di tanti anni. È un segnale, chiamiamolo, del destino. È un ragazzo che è stato con noi e, quando vedi un ragazzo che torna con queste motivazioni, a noi, al di là del valore proprio del calciatore, che sicuramente è indiscusso, fa piacere. Quindi mi ha fatto piacere rivederlo dalla TV e sentirlo parlare anche in quella maniera molto profonda e molto umana. È un ragazzo che oggi ha 27 anni e chiaramente una maturità completamente diversa rispetto a prima, acquisita anche fuori, con l’esperienza al Sassuolo e chiaramente anche con quella all’Inter, che l’hanno reso più forte come atleta, ma anche come uomo».

Che tipo di ragazzo era Davide, sia sul piano umano sia su quello sportivo? Si riuscivano già a intravedere, all’epoca, le sue qualità? Avrebbe mai pensato che sarebbe potuto arrivare fin qui?

«Io continuo a lavorare con i giovani: sono un po’ di anni che mi occupo di ragazzi, quindi sempre a livello di Under. È il mio mondo, anche se ho allenato la prima squadra femminile con grande entusiasmo e ne conservo un ricordo che mi dà grandissimo piacere. A proposito di Davide, c’era una cosa che mi colpiva sempre: non era mai sazio di quello che faceva. Quindi magari vedevi delle corse individuali in più verso la fine dell’allenamento o tanti lavori iniziali prima che iniziasse il gruppo. Era un leader, perché aveva questa fascia da capitano nei Giovanissimi Nazionali. Mi ricordo tutto il percorso, mi ricordo le fasi nazionali fatte a Montecatini per il titolo italiano, che ho seguito personalmente. Quindi era un ragazzo che, con la sua semplicità, però al tempo stesso con il suo carisma, con la sua abnegazione, con la sua voglia, aveva questo tipo di desiderio: quello di emergere, com’è la voglia di tutti i ragazzi. Questa cosa mi colpiva sempre dall’esterno. Ripeto, io ho avuto migliaia di ragazzi e c’è sempre qualche sensazione in più verso qualcuno. Poi le componenti per arrivare sono infinite, sono troppe, sono tante. Qualcuno si perde in un modo, chi in un altro, chi fa un giro largo e poi arriva. Io ho avuto Valeri per due anni e poi alla Lazio non è stato confermato, ma ha fatto il giro largo, passando addirittura dai dilettanti, e adesso è da più di qualche anno che gioca in Serie A. E quindi, sai, i fattori sono sempre tanti, però una cosa che riconosco a Davide, anche se era un quattordicenne, è sempre stata questa voglia di fare qualcosa in più per raggiungere magari degli elementi che lo potessero aiutare poi nel suo percorso di crescita. Questa è un po’ la cosa che mi ha sempre colpito».

Soffermiamoci ora sul Frattesi di oggi. Quali nuove soluzioni può offrire l’ex Inter alla Lazio? Possiamo dire che Frattesi, con le proprie caratteristiche, vada a incastrarsi perfettamente con i suoi due compagni di reparto, Rovella e Taylor, andando così a completare un centrocampo di assoluto livello?

«Sicuramente è un centrocampo di livello. Ho sentito qualcuno che l’ha paragonato al trio Leiva-Milinković-Savić-Luis Alberto, ma sono due cose completamente diverse: forse quel centrocampo lì rimarrà nei nostri occhi e nelle nostre menti a lungo. Sicuramente Davide non è un palleggiatore come Rovella, ma un invasore, perché le mezzali poi sono due invasori. Il loro principio di gioco — e qui chiaramente entro nel tema tattico, da allenatore — è quello di essere delle mezzali di invasione. Beh, Davide credo che ricopra e rivesta al meglio questo tipo di ruolo. Contro il Bologna, non a caso, invade, ma l’avrebbe fatto già in altre circostanze. È vero che era una rimessa laterale di Floriani ben studiata e lui ha creduto in quel tipo di spazio, però abbiamo visto i suoi inserimenti col tiro dalla distanza, col colpo di testa, ecc. Da quel punto di vista, è un giocatore dalla grande dinamicità. La mezzala di oggi è una mezzala capace di fare tutto, di lavorare bene anche in fase di preventive. Abbiamo sentito quante volte Ringhio tira fuori queste parole… Quindi, se Taylor invade, c’è qualcuno che lavora in preventiva e, in quel caso, c’è Davide insieme a Rovella davanti alla difesa, che poi devono essere pronti a lavorare in transizione, cioè ad attaccare nuovamente la palla e lo spazio, permettendo alla squadra di essere pericolosa con diversi uomini in area di rigore. Credo che questa poi, come giustamente tu mi hai presentato nella domanda, sia un po’ la chiave di questo centrocampo, che credo — e chiudo in ambito tattico — possa supportare, aiutare e surrogare una linea difensiva che si alza, permettendo alla squadra di evitare di creare buchi, come è successo col Mantova, dove c’erano spazi di 60-70 metri e i nostri centrali, avendo caratteristiche diverse, sono andati chiaramente in sofferenza. Contro il Bologna, come abbiamo visto, i centrali nei duelli hanno agito e lavorato molto bene, perché comunque Piccoli ha un certo tipo di caratteristiche, poi è entrato Dovbyk, che ha un altro tipo di caratteristiche. Quindi, se ci sono caratteristiche strutturali e fisiche, con una difesa alta che gioca muro contro muro, uomo contro uomo, è chiaro che i nostri centrali lavorano meglio. Ma questo, chiaramente, anche con l’aiuto di chi attacca alto — e torno sul discorso di Dia e di Taylor — e col centrocampo che accorcia in avanti».

Da attento osservatore della difesa, visto anche il suo passato da difensore, come giudica le prestazioni di Pedraza e Floriani Mussolini?

«La richiesta di Gattuso per gli esterni bassi è una richiesta importante: devono andare. Avete visto come ha risposto il mister a proposito della scelta di Floriani rispetto a Lazzari? Ha detto, riferendosi a Floriani: “Il ragazzo ha motore”. Io Floriani l’ho seguito in Primavera, che ho commentato per dieci anni. È un ragazzo del 2003 che già si era inserito con i più grandi. In quella Primavera lì c’erano Ruggeri, Napolitano, Crespi davanti e altri giocatori. È un ragazzo che è sempre andato. Poi chiaramente, con una difesa a 4, c’è un principio difensivo importante. Secondo me, contro il Bologna è entrato molto bene. C’è stata quell’ammonizione iniziale che avrebbe potuto anche condizionarlo, però è stato molto propositivo. La propositività che chiede il mister è quella poi di partecipare attivamente al gioco. Spesso con Sarri vedevamo un terzino bloccato e uno che andava. Qui li vedremo spesso tutti e due aperti, quindi è un altro modo di attaccare e di prendersi delle responsabilità, come ho detto prima. Per quanto riguarda Pedraza, io giocavo un po’ in quel ruolo lì: sono mancino ed ero un terzino di sinistra. Secondo me, Pedraza è da piede pulito. A mio avviso, deve lavorare un pochino meglio sui tempi di inserimento e capire poi quando è il momento di andare e quante volte andare. Quello è un altro aspetto importante, cioè bisogna andare nel momento opportuno ed essere poi chiaramente di supporto per il resto della squadra. Poi, secondo me, in quei ruoli abbiamo delle opzioni e, anche alla luce delle caratteristiche dei singoli, mi sento coperto. Vediamo un po’ come sarà il mercato, perché col mercato aperto spesso pensi una cosa e poi magari ne succede un’altra. Vediamo che succede con Tavares, Pellegrini e Lazzari: vediamo se rimarranno tutti e tre o se uno sarà in uscita. Ma in questo momento, anche per le caratteristiche dei singoli, mi sento ben coperto. Secondo me, Floriani ha approcciato nella maniera giusta. Lui ha avuto diverse esperienze nelle varie categorie, perché ha fatto la C, la B e l’anno scorso anche la A, anche se nell’ultimo campionato di A giocava chiaramente con un modo di difendere diverso. Ho visto un ragazzo che è entrato anche con una certa mentalità all’interno del contesto. Sai, quando giochi in prima squadra, nella tua prima squadra — e qui torniamo anche al discorso di Frattesi — è sempre qualcosa che ti arricchisce. Oggi magari questo aspetto si nota meno, però, essendo un po’ un nostalgico del settore giovanile, anche in ambito Lazio, vorrei che questa cosa fosse sempre messa nel giusto risalto».

In chiusura, alla luce di quanto visto nelle amichevoli e nelle prime due uscite ufficiali, ma anche del mercato e del momento attuale in casa Lazio, dove può arrivare la squadra di Gattuso?

«Sai, le incognite sono tante. Il mister è sempre schietto, lo era già quando giocava. Lui è più piccolo di me di 10 anni, quindi l’ho visto crescere da quando è partito dalla sua Calabria per andare a Perugia, poi è andato in Scozia… insomma, non ha paura di nulla. Quindi sicuramente ci farà vedere una squadra che cerca di avere coraggio. Quando uno ha coraggio, spesso può prendere qualche legnata, però può anche ottenere qualcosa. È chiaro che in questo gioco gli interpreti sono fondamentali, per cui il mercato, la rosa e l’ambiente — ne abbiamo già parlato: un conto è avere i tifosi con quel tipo di spinta e quel tipo di aiuto nella testa e nel corpo, un conto è non averli — contano. Secondo me, fare una sorta di griglia oggi, una richiesta spesso fatta dagli addetti ai lavori a livello di comunicazione, non è assolutamente semplice. È chiaro che, rispetto a quello che era il nostro recente passato, c’è una rosa diversa e quindi, consapevoli anche di questo, dovremo pensare a qualcosa che si capirà strada facendo. Molto dipenderà anche dal mercato. Sappiamo che la società sta cercando una punta e in queste ore il nome è quello di Pinamonti, quindi si sta cercando una punta che possa dare alla squadra anche una giusta caratteristica. Non a caso, il fatto che Gattuso abbia giocato con Dia, mettendo poi Noslin, significa che il mister cerca un certo tipo di gioco. Ratkov, invece, ha altre caratteristiche, più da area di rigore, più da ultimi 16-20 metri. Quindi bisogna seguire il mister, poi sono i risultati che daranno delle giuste indicazioni. Quindi, non è che Ringhio abbia dribblato la vostra domanda in conferenza e assolutamente non la sto dribblando neanche io. Bisognerà vedere un po’ quella che sarà l’evoluzione di questo gruppo, ma anche la maturità, cioè come affronterà impegno dopo impegno. Le amichevoli che tu mi hai presentato sono state delle amichevoli in crescendo — gli impegni erano comunque contro squadre dilettantistiche — fino ad arrivare al Frosinone, per poi passare alla partita di Coppa Italia con il Mantova. Dove potrà arrivare la Lazio lo capiremo nei prossimi mesi, però sicuramente lo zoccolo duro di questo gruppo sarà quello di creare, in ogni singola partita, i giusti presupposti, i giusti requisiti, i giusti contenuti a livello mentale e fisico. A livello tattico, poi, si sta crescendo, perché l’identità mostrata contro il Bologna mi ha detto questo. Non mi sto stropicciando gli occhi, sia ben chiaro, però mi prendo di positivo quello che c’è di positivo, come è giusto criticare quando c’è da criticare. C’è da lavorare, c’è da migliorarsi, però c’è da credere in quello che è il valore del gruppo, soprattutto al suo interno. E, al netto di tutte le situazioni, i giocatori dovranno essere bravi a credere nel proprio lavoro e magari nella possibilità di cogliere le opportunità. Io ragiono in questo momento anche da ex giocatore, quindi quando vai in campo devi pensare a raccogliere il massimo. Ascoltando quello che dicono i ragazzi anche nelle dichiarazioni, consapevoli della figuraccia che è stata fatta con il Mantova, credo che sia questo un po’ il fattore giusto da cavalcare di partita in partita».

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