Danilo Valente (Trattoria da Danilo): “Io laziale grazie a mio nonno. Bruno Giordano il mio idolo. E quella volta a cena da me…”

Una cucina all’insegna dei piatti tipici della tradizione romana, unita a un sentimento quasi viscerale per i colori biancocelesti, che di quella romanità rappresentano la manifestazione più autentica. È questa l’essenza che Danilo Valente ha cercato di infondere alla storica Trattoria da Danilo, rinomato ristorante a conduzione familiare della Capitale, situato in Via Petrarca, a due passi da Piazza Vittorio.
Un ambiente intimo e accogliente, frutto dell’amore e del lavoro instancabile di Danilo e dell’indimenticata mamma Pina, che è riuscito con il tempo a diventare il punto di riferimento non solo dei cittadini romani e dei turisti, ma anche, e soprattutto, dei numerosi personaggi del mondo calcistico e dello spettacolo che, nel corso degli anni, hanno deciso di sceglierlo per un pranzo o una cena all’insegna dell’autentica cucina romana. Varcando la soglia della storica trattoria, però, c’è un aspetto in particolare, oltre alla bellezza degli ambienti, che salta all’occhio: una connessione intensa con i colori biancocelesti, un legame che trasuda dalle pareti del ristorante, abbellite da numerose maglie della Lazio incorniciate ed esposte alla visione di tutti. Quasi a mostrare con orgoglio e fierezza un’appartenenza profonda, ma sempre rispettosa e inclusiva dei credenti in “fedi” calcistiche alternative e spesso diametralmente opposte.
Dai due grandi idoli di Danilo, Sergio Cragnotti e Bruno Giordano, fino a Favalli, Negro e Pancaro, passando per Radu e Ledesma, fino ad arrivare a Luis Alberto, Marušić, Rovella e Zaccagni, oltre a diverse altre icone biancocelesti: molti sono i personaggi del mondo Lazio passati per il locale, diventato con il tempo l’autentico custode di una passione tramandata di generazione in generazione.
Proprio quella passione che Danilo ha scelto di raccontarci nel corso di una breve intervista concessa gentilmente ai nostri microfoni. Di seguito le sue parole:

Trattoria da Danilo: storico locale a conduzione familiare improntato sulla cucina romana e punto di riferimento del territorio. Partirei proprio da qui: quando e come nasce la trattoria?

«L’idea nasce nel 2003. Io sono un ex odontotecnico con la passione per la cucina. Mia madre era una grande cuoca, mia nonna era una grande cuoca, perciò sono cresciuto nelle cucine di casa. Poi, nel 2004, ho trovato questo posto a Via Petrarca, l’ho ristrutturato, sistemato e siamo partiti: io e mia madre in cucina, con due collaboratori e due ragazze in sala. E da lì è partito tutto».

Un grande successo, suggellato nel 2017 da una chiamata inaspettata: quella di Alessandro Borghese, che vi propone di partecipare a una puntata di Quattro Ristoranti. Cosa hai provato quando hai ricevuto quella telefonata? Ci racconti quell’esperienza?

«Prima di questo, volevo dire che la mia fortuna (e lo dico sempre, non l’ho mai negato) è dovuta a un grande gourmet, che ancora sta nel giro della televisione e dei giornali, che si chiama Paolo Massobrio, il quale tiene annualmente un evento enorme a Milano. Lui è venuto a mangiare da me, gli è piaciuta la mia cucina, mi ha cominciato a segnalare e da lì è partito tutto. Stiamo parlando del 2006, all’incirca. Da lì è partito tutto e, nel 2017, Alessandro Borghese mi ha contattato chiedendo se mi avrebbe fatto piacere partecipare a una puntata della sua trasmissione e io ho accettato perché la seguivo, mi piaceva. E poi da lì è cominciata questa avventura molto bella, molto divertente e, a detta di tanta gente e anche degli addetti ai lavori, penso che sia una delle puntate più belle, perché non ci siamo “infangati”, ma ci siamo divertiti».

Ciò che ha sempre contraddistinto la trattoria è il forte legame con i colori biancocelesti, testimoniato dalle numerose maglie incorniciate e appese alle pareti del locale. Come nasce la tua, e la vostra, lazialità?

«La mia lazialità nasce ancora prima che nascessi io, perché mio nonno, che era il presidente di una squadra di calcio di quartiere, era appassionato della Lazio e di Giorgio Chinaglia. Il primo regalo che ho ricevuto alla Befana – non avevo neanche un anno – è stato tutto il completino di Giorgio Chinaglia. E da lì, come puoi crescere diversamente? Poi essere laziali, lo sappiamo, è una cosa viscerale, non è una moda. E allora da lì è stato un tutt’uno. Poi è arrivata la prima esperienza da solo allo stadio, le trasferte e la conoscenza con personaggi del calcio, della Lazio e, in particolare, con Guido De Angelis, con cui poi è nata un’amicizia. Sono laziale da sempre».

Il locale è presto diventato un punto di riferimento non solo per i cittadini romani, ma anche per molti personaggi legati al mondo dello sport e dello spettacolo. Soffermiamoci, per ora, sul mondo Lazio: quali figure dell’universo biancoceleste hai avuto modo di ospitare nel corso di questi anni? C’è qualche incontro a cui sei particolarmente affezionato o che vorresti ricordare?

«Allora, diciamo che io sono stato sempre uno molto attento a trasmettere il messaggio che il locale è di tutti. Io sono laziale, però sono stato sempre molto attento a questo aspetto. Perciò da me vengono tutti: laziali, romanisti, interisti, milanisti. E a me questo fa solo piacere. Ho tanti clienti della Roma che vengono da me, si divertono, scherziamo e tutto quanto. Per quanto riguarda i personaggi del mondo Lazio passati per il locale a cui sono più legato, diciamo che sono legato un po’ a tutti quelli che sono venuti. In particolare, però, ci sono due persone a cui sono legatissimo. La prima è Sergio Cragnotti: io ho vissuto l’era precedente a lui e con lui abbiamo raggiunto il massimo. La seconda è Bruno Giordano: io sono cresciuto con lui e poi sono diventato un pochino più grande con Di Canio, però Bruno è il mio idolo in assoluto. Poi sono passati per il locale Rovella, Luis Alberto, Ledesma, ma anche personaggi del passato come Favalli, Negro, Pancaro. Insomma, ne sono venuti di personaggi importanti».

Della Lazio attuale, invece, chi viene più spesso a trovarti? Cosa ordinano maggiormente? Hanno un piatto preferito?

«Allora, da me è venuto già due volte Rovella e lui ha preso carbonara e cacio e pepe. Del resto, questi sono i piatti che vanno di più da me come primi. Ultimamente invece, neanche tre settimane fa, è venuto il capitano Zaccagni. Anche lui ha preso antipastino, primi, polpette all’amatriciana. Insomma, gli piace mangiare e, quando vengono, eccome se mangiano! Del resto, in trattoria devi mangiare, sennò è inutile. Non puoi stare attento alla linea!».

Mettiamo da parte, almeno per il momento, il mondo Lazio. Quali altre figure di rilievo, legate al mondo dello spettacolo, passate per la trattoria ci tieni a ricordare? Qual è il personaggio che non ti saresti mai aspettato di ospitare? Qualche giorno fa, ad esempio, ho visto che è venuta a farti visita una star internazionale…

«Direi proprio lei, non perché è l’ultima, ma perché è stata inaspettata, in quanto me la sono vista all’entrata col marito. Stiamo parlando di Dua Lipa e Callum Turner, ovviamente, che sono i personaggi del momento, perché da quando si sono sposati stanno facendo un tour per tutta l’Italia, passando per le città più importanti. E sapere che si sono fermati a Roma, sono venuti a mangiare da me e poi sono andati alla Fontana di Trevi… insomma, è una bella soddisfazione. Però, ecco, di star ho avuto anche Sarah Jessica Parker, Kevin Spacey, Jane Fonda e molti altri. Insomma, è venuta tanta gente importante. Tuttavia, devo dire la verità: a me fa piacere, però fa piacere anche a loro, perché quando vengono in Italia e mangiano, mangiano sempre bene. Non solo da me: in Italia si mangia bene un po’ dappertutto».

Essere diventato la meta prediletta di così tante personalità differenti non è da poco. Quanto sei orgoglioso di tutto questo? E soprattutto, da laziale, cosa significa per te essere considerato un punto di riferimento nel mondo Lazio?

«Per me è una grande soddisfazione, anche perché io parto da zero, parto dal niente; perciò tutto quello che ho me lo sono sudato e me lo sono conquistato con tanta fatica. Tutto ciò è importante e quegli incontri, pur rappresentando delle piccole soddisfazioni, ti rendono orgoglioso di quanto hai fatto. Ad ogni modo, un riconoscimento speciale spetta in primis a mia madre, che con me è l’artefice di tutto questo. Purtroppo, se n’è andata anni fa, però per noi è sempre importante, è sempre un punto di riferimento. La lazialità è anche sua, perché pure lei era laziale. Noi andavamo allo stadio insieme. La domenica, con la moto, la andavo a prendere e andavamo allo stadio a vedere la Lazio, e lei era orgogliosa di questo. Insomma, è tutto un insieme di emozioni che alla fine ti mandano avanti, perché il nostro è un lavoro faticoso, è un lavoro importante, che vive di queste piccole cose, vive di queste piccole soddisfazioni».

C’è un aneddoto, una storia o qualcosa in particolare, legato a questi incontri, che ti piacerebbe raccontare?

«La cosa che racconto sempre e che mi è rimasta impressa è una conversazione avuta con Bruno Giordano una volta che è venuto a cena da me. Io ci parlavo e lui vedeva tutta questa mia enfasi nei suoi confronti. E lui, mi ricordo, mi guardò e mi disse: “Danì, guarda, ricordati sempre che noi siamo persone normali, siamo come te”. E io gli dissi: “Eh no, per me non è così, perché sì, siamo tutti uomini, siamo tutte persone normali, ma tu hai reso felice tanta gente, tante generazioni come la mia. Anche a Napoli hai fatto lo stesso vincendo lo scudetto e, in più, hai giocato con Maradona. Non ti posso vedere come una persona normale”. E a lui questa cosa incuriosiva, perché diceva: “Cavolo, ma in fondo siamo tutti uguali”. E invece no: Bruno Giordano, per un tifoso della Lazio, non è uguale agli altri, è impossibile che lo sia. E questa cosa mi ha sempre stuzzicato, perché ho sempre pensato che lui non si rendesse conto, in realtà, di quello che ha rappresentato per noi. E non solo per noi, ma per tanta gente, anche perché è stato uno dei più grandi calciatori al mondo, detto anche da Maradona, che non è l’ultimo arrivato».

Attraverso gli ospiti che le hanno fatto visita, la Trattoria da Danilo ha visto passare diverse Lazio: da quelle più vincenti e gloriose a quelle più modeste, fino ad arrivare alla Lazio di oggi. Partendo dalla situazione attuale, quale Lazio ti auguri di vedere in futuro?

«Io in questi anni ho vissuto tre Lazio, fondamentalmente. Diciamo che quella più cattiva, e ogni tanto sarebbe bello che riuscisse fuori quel carattere, era quella dei “meno nove”: lì abbiamo messo veramente anima e cuore per cercare di non far sparire questa squadra. E devo dire che quei giocatori rimarranno per sempre nella storia e nel cuore di tutti noi. Poi ho vissuto la Lazio più bella in assoluto, quella dello Scudetto, della Coppa delle Coppe, di Eriksson, Verón, Nesta e tutti gli altri. E poi speravo di trovare una Lazio che combinasse queste due, ma ancora purtroppo – e non dico altro, non dico per colpa di chi – non l’ho vista. È un rammarico: vorrei vederla al più presto. Speriamo che la società ci metta del suo. Qualche campioncino è uscito fuori, come Ciro Immobile, il “Mago” Luis Alberto e altri. Ultimamente ne stiamo cambiando tanti, però in passato ci sono stati diversi calciatori forti. Attualmente io spero in Rovella, spero in Zaccagni, spero in questi giocatori, che ormai hanno la lazialità dentro e che possono fare da tramite per i giocatori futuri che arriveranno, sperando sempre in qualche colpo geniale che ci riporti dove meritiamo. Perché, onestamente, la Lazio degli ultimi due o tre anni non è la Lazio che a noi compete: è impossibile che lo sia. Credo che sia il pensiero di tutti, il pensiero che stiamo vivendo un po’ tutti. E la cosa che ci dispiace tanto è che le nuove generazioni purtroppo non vivono il mondo Lazio, perché non si possono attaccare a nulla. Preferiscono tifare l’“altra parte”, oppure la Juve, l’Inter o il Milan. Ma io li capisco anche quando sono piccoli. Vanno a scuola e, a chi gli chiede “Perché tifi Lazio?”, che rispondono? Non lo sanno nemmeno loro perché tifano Lazio. E invece dovrebbero avere un punto di riferimento, come lo abbiamo avuto noi per tanti anni, che rimanga indelebile e che gli permetta di crescere con la voglia di essere laziali. Quello è il rammarico più grande».

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