Un mese dalla scomparsa di Manfredo Maria Manfredi. La lettera della redazione di Lazialità: “Ci manchi”

A un mese dalla scomparsa del nostro Manfredo Maria Manfredi, pubblichiamo una lettera della nostra Redazione che vuole essere solo una carezza al cielo.

Giugno 2026

Da meri telespettatori dei programmi televisivi a cui Manfredo ha preso parte negli ultimi due decenni, noi giovani ragazzi di una redazione sportiva avevamo di fronte una persona di classe, di estremo spessore morale, e di grande sostanza, con un approccio diretto, trasparente, genuino.

Avendolo conosciuto di persona negli ultimi nove anni, credo sia doveroso dire qualcosa in più, anche solo a beneficio di chi lo sentiva parlare soltanto il lunedì sera e per il tramite di uno schermo, per restituire qualche frammento del Manfredo dietro le quinte.

Ho avuto il dono di intrattenere con lui una corrispondenza settimanale ma direi quasi quotidiana dal 2018, ma parlo a nome di tutti noi che non lo avremmo forse mai incontrato né incontrato se a legarci non fosse stata la passione calcistica.

Dietro questo modo garbato ma pungente, discreto ma profondo di vivere e raccontare le vicende di questo potente diversivo e veicolo di distrazione dalle complessità stancanti di tutti i giorni, che è il calcio, c’è un uomo di una generosità, sensibilità, di una postura e raffinatezza che normalmente si definiscono d’altri tempi, ma che Manfredo ci ha trasmesso in questo tempo.

Più volte, nei lunghi trascorsi in macchina verso gli studi televisivi o radiofonici, mi confidava di avere avuto una vita piena: l’amore di Lucia, della sua famiglia, un contesto storico variegato come non mai: dal secondo conflitto mondiale alla caduta del muro di Berlino, boom economico, gli anni Duemila, la rivoluzione tecnologica, il Covid, che poi è come dire dai Fratelli Sentimenti (citati spesso) a Chinaglia, da D’Amico alla formazione di oggi.

Il punto è che a una generazione molto connessa e spesso poco riflessiva, piena di imbarchi ‘priority’ e talvolta con poche priorità, poche stelle fisse, Manfredo ha insegnato la bellezza di poter osservare la vita con spirito critico inesausto, e l’importanza, sì, anche di spiccare il volo (come la sua aquila), ma con dei punti fermi solidissimi, e con i piedi davvero attaccati a terra di chi nell’umiltà e nel rispetto per l’interlocutore delle regole ferree.

Osservatore attento e animo nobile, Manfredo ha il talento di parlare di sport, di politica, di vita di tutti i giorni senza impartire alcuna lezione dettata dall’esperienza, ma azzerando le distanze per metterlo a suo agio, senza mai farlo sentire inesperto, in difetto, senza porsi su alcun piedistallo. Con noi giovani redattori ha sempre parlato da pari a pari, con un trasporto posato e una dedizione composta, ma sempre con una franchezza e una passione veramente contagiose. Molti di noi avrebbero potuto essere suoi nipoti, ma tra noi ci siamo sempre detti che Manfredo somigliasse più ad un fratello maggiore che a un nonno.

Il suo raccontarci e raccontarmi aneddoti, episodi del passato, curiosità legate ai familiari, non implica mai un ritorno su di sé, una volontà di autocelebrarsi, ma – in un tempo in cui spesso si parla tanto e a sproposito – ogni suo discorso era sorretto da un altruismo, dettato dalla volontà di condividere una parte di sé per capire se potesse germogliare. In questo Manfredo fa toccare con mano l’urgenza di parlare soltanto quando si ha qualcosa da dire, ma farsi sentire con tutta la passione possibile. E lui che è nato subito dopo Ferragosto, ha sempre parlato in modo caldo, emozionato, perché l’emozione muove e il Manfredo che abbiamo conosciuto ha sempre colto la grandezza del sapersi ritagliare del tempo di qualità.

Con Valerio Cassetta e Roberto De Cosmi, ci ha ospitato più volte nel suo Circolo, trattandoci come se fossimo dei re, con un’attenzione al dettaglio, una cura, una capacità di ascolto rarissimi. In breve, una vocazione ad accogliere le persone a cui vuole bene, a farle sentire parte della sua squadra. Un po’ come la Banda Manfredi, con cui ha condiviso partite sul rettangolo verde per 22 anni e amicizie che resistevano al freddo e alle intemperie. Una sera mi ha raccontato di quanto fosse stato vitale, per lui, tornare ad essere accolto in campo dopo un periodo difficile. Aveva gli occhi lucidi, commossi, come ogni volta in cui Guido, negli studi di Lazialità, invitava lo studio a dedicargli un applauso.

Dopo la battaglia vinta qualche anno fa, era titubante a tornare ad esporsi pubblicamente. Noi che lo conoscevamo, non lo siamo neppure stati a sentire. Non è trascorso lunedì mattina senza che mi chiedesse: “Ma stasera c’è la trasmissione?”: quel posto per lui era un posto sicuro. E quando vedeva la mia macchina avvicinarsi al cancello con direzione “Tecnopolo tiburtino”, aveva ogni volta un sorriso che non vi so spiegare. Probabilmente non erigeranno statue in suo nome, ma mentre si avvicinava allo sportello con la sua giacca, la cravatta e la consueta spilletta, ho sempre pensato la stessa cosa: Manfredo è una colonna. “Stasera dovevo proprio venire in TV, bisognava mettere in chiaro alcune cose. Spero di essermi fatto capire, che dici?”, mi ha sempre detto prima di scendere dalla macchina, al ritorno. Io gli ho sempre risposto ricordandogli che la sua presenza fosse per tutti noi un regalo.

La sua praticità, la sua verve realista e spigolosa e la sua capacità di giudizio hanno sempre avuto un risvolto fattivo: per ciò in cui credeva, Manfredo ha sempre lottato. Senza mai volere i riflettori e senza mai disturbare, col suo aplomb inconfondibile che l’ha fatto conoscere ad ascoltatori e telespettatori, a cui è sempre arrivato perché vero, autentico, chiaro, competente: un uomo riconoscibile, un uomo che si distingue. Un uomo elegante, perché secondo l’etimologia, l’eleganza elegge, cioè sceglie di appartenere a pochi; e poi, secondo la sua radice, l’eleganza lega, perché tiene insieme e unisce chi è in grado di vederla.

Qualche tempo fa aveva dovuto lottare con un rivale ostico. Lo sapevamo entrambi, era il sottotesto di un viaggio in macchina più lungo del solito. In quelle due ore, non ha mai nominato l’avversario: ha parlato emozionato delle sue figlie, di come Lucia gli avesse cambiato la vita, di come stesse facendo crescere il piccolo Adriano con i colori biancocelesti.

Tra ricovero e sala operatoria, per oltre dodici ore era costretto a stare senza telefono. Nessuno sapeva se avrebbe passato la notte. In quell’intervallo temporale, però, la squadra del cuore giocava una partita storica in coppa dei Campioni. Non mi aveva mai chiesto nulla, ma quella mattina ricevo un messaggio: “Devi promettermi una cosa”. “Dimmi tutto, Manfredo”. “Sono preoccupato per la mia famiglia, hanno un po’ di paura. Se domattina aprirò gli occhi, chiederò al dottore di vederli come prima cosa”. Ho sorriso, perché conoscevo la seconda. “A fine partita, mandami un lungo messaggio: mi piacerebbe sapere per filo e per segno cosa è successo, una sorta di cronaca e poi, solo alla fine del messaggio, il risultato. Lo leggerò domani, chiederò al dottore di passarmi il telefono”. “Speriamo bene”, era l’ultimo messaggio, tra il sacro e il profano. E Manfredo non si riferiva soltanto a se stesso.

L’ultimo aneddoto è del 16 marzo. Nel viaggio di ritorno a casa dalla televisione, parlavamo dello scenario geopolitico, del futuro, della vita contaminata dai social. Mi ha detto: “Devi ricordarti che avere coraggio significa sempre avere a cuore e avere cuore, le due cose non si scindono”.

Il nostro compito è avere buona memoria e convertire la sua eleganza in gratitudine e riconoscenza. I suoi ragazzi possono ora svelargli un segreto che lui non sa: la banda Manfredi ha una rosa molto più ampia di quella di un circolo, la squadra di Manfredo è piena di persone che l’hanno adorato, anche a distanza, che ogni tanto ci fermano in giro e, senza neppure presentarsi, chiedono anche ai più giovani di noi: “Ma questa settimana c’è Manfredo in studio?”.

Chiudo, confessando una conversazione avvenuta quando Manfredo era reduce dall’intervento. Dal telefono aveva appreso della vittoria della sua Lazio, era già passata qualche settimana. Io gli chiesi cosa avesse pensato prima e dopo la sala operatoria. Era tanto felice per i suoi cari, ringraziava di poter avere più tempo. Mi disse: “A un certo punto temevo che la partita fosse finita, Niccolò. Ma il nostro motto è non mollare mai. Ad ogni modo, spero che lassù si possa vedere qualche partita. Sarà un peccato non commentarle tutti insieme”. Ricordo nitidamente che fece una pausa, e poi mi disse: “Quando non sarò più qui, portatemi con voi. Bisogna crederci sempre”.

Non sappiamo se in paradiso ci sia una buona connessione, ma sappiamo che ci hai lasciato un grande compito, e dato un grande esempio. Buon viaggio Manfredo, e chi ti dimentica?!

Niccolò Faccini

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