ESCLUSIVA – Briga: “Musica e Lazio i miei grandi amori. Tornare a cantare allo Stadio? Con un’altra proprietà”

Briga, Mattia Bellegrandi il suo vero nome, ha emozionato lo stadio prima delle partite con la sua voce, cantando un classico come My Way, rivisitato ad hoc per i tifosi biancocelesti. Dopo aver mosso i suoi primi passi come artista con un EP intitolato “Anamnesi” (2010), ha poi cominciato il suo viaggio come artista pubblicando sin qui nove album tra cui “Alcune sere”(2012), “Che cosa ci siamo fatti”(2018) e “Never Again”( di grande successo pubblicato nel 2015 e festeggiato quest’anno per i suoi 10 anni con un tour). A giugno di quest’anno è uscito “Sentimenti”, l’ultimo lavoro di Briga. Noi di Lazialità l’abbiamo incontrato per parlare della sua musica e della sua Lazio, una passione tramandata di padre in figlio e che lo accompagna da sempre.

Hai iniziato a scrivere musica nel 2006, dove è nata questa passione per la musica e cosa ti ha spinto a intraprendere questo percorso? C’è per caso una figura particolare a cui ti sei ispirato?

«No figure no, a casa mia nessuno ha mai intrapreso la carriera musicale e nessuno ha confidenza con gli strumenti musicali. Mio padre è un avvocato, mia madre è una professoressa e i miei nonni erano dei professionisti che si dedicavano ad altro, con un nonno materno giornalista, uno paterno avvocato, quindi sempre in ambiti diversi. Da quello che mi ricordo ho sempre amato la musica, è sempre stata una parte integrante della mia vita a cui ho dedicato tanto interesse e tanta curiosità, ha significato molto per me. Per alcuni la musica è solo un sottofondo nella loro quotidianità. In primis il mio amore nasce da ascoltatore, poi mi ricordo che è uscito il film di Eminem, quando avevo 15 anni e da lì è partito tutto».

Dal 2006 ad oggi hai pubblicato nove album e tante emozioni. A quale lavoro dei tuoi album sei più legato?

«Per un autore, innanzitutto c’è una differenza da tracciare, tra coloro che scrivono le proprie canzoni e coloro che sono semplicemente degli interpreti, ormai il mondo è pieno di musicisti e cantanti ma non si distingue mai il loro ruolo che svolgono all’interno della musica. Io sono un po’ un factotum di me stesso. La maggior parte delle cose le faccio io, anche a livello di etichetta. Tanti cantanti che tu vedi sono facce prestate alle canzoni, perché le canzoni stesse non le scrivono loro. Io dico sempre che gli interpreti e i cantautori non fanno lo stesso lavoro. La mia vita non è quella dell’interprete, è diversa perché io scrivo, mentre l’interprete no, non ci può quindi mettere sullo stesso piano. Detto ciò ti dico che ogni disco per me è come un figlio, ci possono essere canzoni a seconda dei periodi a cui tengo di più, delle canzoni che sono diventate molto famose e popolari e che quindi mi danno molta soddisfazione, diciamo che se dovessi scegliere un disco è “Che cosa ci siamo fatti” nel 2018. Li ho dato proprio la conferma al pubblico che sono un artista libero e che non fa caso alle leggi del mercato, è stato un disco che ho scritto con i miei musicisti in Toscana e ho fatto quello che volevo, nonostante il mercato mi imponesse di fare il contrario»

Nella tua carriera hai partecipato anche ad Amici 14, arrivando secondo, hai anche vinto il premio RTL 102.5 con il singolo “L’amore è qua”. Come ti sei trovato, se hai dei rimpianti e se parteciperesti di nuovo al programma a quei tempi?

«Non ho rimpianti, per il semplice fatto che ritengo che tutto quello che ho fatto mi ha portato ad essere quello che sono e mi ha portato qui, e tutto è stato utile, a maggior ragione Amici, è stato un momento importante, perché è un programma televisivo che mi ha dato la possibilità di farmi conoscere da un bacino di utenza enorme, e mi ha dato gli strumenti per divulgare la mia musica, che è comunque l’ambizione di tutti i cantanti. E’ stata l’unica cosa che io ho portato veramente a termine, da punto A a punto Z ed è stata un’esperienza meravigliosa, con diverse difficoltà ma che fanno parte del gioco e sono state tutte ampiamente superate»

Nel 2019 hai partecipato anche a Sanremo, con il brano “Un po’ come la vita” con Patty Pravo. Quanto per te è stato emozionante partecipare al festival e se è uno degli obiettivi che ti sei posto da qua in avanti di partecipare nuovamente?

«Il festival di Sanremo è la piattaforma promozionale più grande che ci sia in Italia, quindi per me che sono autoprodotto, partecipare al festival sarebbe una manna dal cielo. Non ricordo quanti posti ci sono ma se ce ne sono 20 non me la gioco per quei 20 ma me la gioco per 4 perché sappiamo già che 3 o 4 posti sono occupati da gruppi di una certa età che servono a tenere incollati alla TV gli over 60. La percentuale di possibilità quindi è estremamente bassa ma quest’anno ho mandato una canzone che aldilà se verrà presa o meno da Sanremo uscirà, e quindi tra qualche tempo la ascolteremo»

Infine sulla tua carriera musicale, c’è un singolo al quale sei più legato e che ti rappresenta di più o come dicevi prima con gli album sono tutti tuoi figli per te anche questi?

«No per quanto riguarda le canzoni è diverso dagli album. Riguardo ciò io sono uno che scrive della sua vita e ho una scrittura molto autobiografica, scrivo delle mie emozioni e di quello che provo. Dato che siamo in tema ti posso dire che il singolo “Ciao Papà” è una delle canzoni a cui sono più legato perché parla del rapporto con mio padre e di quando da bambino mi ha portato allo stadio a vedere la Lazio. Questa è quindi una delle canzoni più belle e più vere che io abbia mai scritto anche a livello di ricerca di linee melodiche e della scelta stilistica della scrittura, visto che ha un alto livello poetico ma che viene anche mischiata con riferimenti urban che è il mio stile. Io la considero una poesia, poi quando vengono inseriti termini come fumogeni o goal, ti riporta un po’ al mondo dello stadio e poi perché c’è una citazione importantissima di Frank O’Hara, un poeta che a me piace tantissimo che è “Bere una coca con te”, una delle sue poesie. Aveva questa capacità di scrivere a flusso di coscienza senza punteggiatura. Ho estrapolato una parte di quella poesia per dedicarla a Papà e per renderla canzone»

Riguardo la Lazio invece, una passione che nasce per te fin da bambino. Come hai detto prima tuo padre ti ha trasmesso la Lazialità. C’è un evento al quale tu sei più legato?

«A livello personale ci sono tante cose per motivi diversi, perché comunque la Lazio ha sempre fatto parte della mia vita, è una parte enorme della mia felicità. È il mio grande amore la Lazio. Ci sono quindi tante situazioni legate a motivi diversi, alcune legate alle partite, magari a dei risultati o delle vittorie acquisite all’ultimo secondo o delle trasferte in cui mi sono particolarmente divertito. Adesso citarne qualcuna non avrebbe neanche senso, però sicuramente la cosa più importante è lo scudetto del 2000»

C’è un giocatore per cui ti sei innamorato già da quando eri bambino e che ti ha colpito?

«Assolutamente Beppe Signori, perché io ero un bambino biondo e lui era un giocatore biondo che faceva gol e sembrava un bambino perché in campo era il più piccolo di tutti. Beppe era una forza della natura, faceva tanti gol stupendi, ci ricordiamo anche il rigore di sinistro da fermo, che penso tutti noi da bambini, anche chi era destro ha provato a battere il rigore da fermo di sinistro. Poi dopo lui c’è stato Nesta, poi Di Canio quando avevo 15-16 anni e infine l’ultimo a cui sono rimasto super affezionato è stato Miroslav Klose. Per me è stato bellissimo vederlo con la nostra maglia».

Dopo Klose arriva Ciro Immobile, e durante la sua miglior stagione il Covid sconfigge il mondo. Senza la pandemia globale, secondo te come sarebbe potuta finire quella stagione per noi?

«Non lo so, penso che è stato un campionato atipico. Dovevamo poi fare in modo di portarlo a casa lo stesso, quindi questo è uno dei grossi limiti della Lazio, e penso che è anche il motivo per il quale abbiamo solo due scudetti. Dopo che fai un campionato così devi cercare di portarlo a termine costi quel che costi»

L’ambiente Lazio sta attraversando un momento delicato, che speranze deve avere il tifoso della Lazio?

«Deve sperare in un cambio societario, assolutamente. Sono passati 21 anni, sappiamo tutti come viene gestita la Lazio, in una maniera poco dignitosa, sciatta e approssimativa. Sicuramente il cambio societario dopo tutto questo tempo è la cosa più auspicabile in assoluto. Non vedo come si possa peggiorare facendo questo cambio, perché fare peggio di così è impossibile. Nonostante ciò il tifoso laziale non si deve aggrappare a niente se non alla propria fede, perché il tifoso della Lazio ha sempre svolto una parte importantissima e nevralgica nella storia della nostra società che tanto amiamo, lo dice la storia. Il tifoso laziale deve solamente rimanere se stesso, la tradizione del tifo non si può cambiare, ce l’abbiamo nel sangue».

Infine quando cantavi My Way allo stadio, era un momento bellissimo di raccolta tra tutta la gente Laziale, come mai non canti più?

«Lo sappiamo tutti il motivo».

C’è possibilità di vederti cantare nuovamente nel prato dell’olimpico insieme a tutta la gente laziale?

«Probabilmente sì, ma solo con un cambio societario».

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Pensieri e parole di
Guido De Angelis

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